venerdì 4 febbraio 2011

Dentro. Fuori. Altrove.


Pubblichiamo un'intervento di Marco Carnevale, in risposta al post in cui si elencavano i tanti nomi di creativi che non fanno più parte di ADCI. E' la prima riflessione su quella che qualcuno ha definito una chiamata alle armi, qualcun altro una dichiarazione di resa. O più semplicemente, la dimostrazione che ancora non si è riuscito a riunire tutte le energie positive di un movimento che ha ancora tanto da dare all'industria della comunicazione. E a tutto questo strano paese.



Da questo elenco di nomi – certamente incompleto – vengono fuori delle cose per me importanti.
Escluso il mio, i nomi sono 54.
Fra loro ci sono solo 9 persone che non conosco né di persona né tramite i loro lavori.
Fra i restanti 43 nomi ci sono quelli di 6 o 7 persone che potrebbero e forse dovrebbero (per titoli, per reputazione, per relazioni, per esperienza) essere Presidenti dell’Art Director’s Club Italiano; di 8 persone che mi hanno fatto entusiasmare per questo lavoro quando cominciavo a farlo; di 4 persone che mi hanno fatto tornare l’entusiasmo per questo lavoro quando cominciavo a pensare di smettere di farlo; di 26 persone senza le quali non si può fare né un Club veramente rappresentativo della creatività pubblicitaria italiana né delle giurie veramente autorevoli in vista di un annual minimamente attendibile; e infine il nome dell’unico vincitore di un Grand Prix allo I.A.F. di Cannes per l’Italia negli ultimi cinquant’anni.
D’istinto verrebbe da chiedersi chi c’è rimasto, nel Club. Ma qui l’istinto sbaglierebbe, perché credo che neppure il più esagitato dei frondisti potrebbe negare la presenza all’interno del Club di un nucleo assai cospicuo e almeno altrettanto titolato di talenti, stagionati o meno. Già.
Sta di fatto che né i soci fuoriusciti dal Club né quelli ancora iscritti al Club sono riusciti in alcun modo – e men che meno in virtù della propria scelta di andare o restare – ad incidere in questi anni sulla deriva della nostra professione, della sua rilevanza sociale, della sua valorizzazione e della sua stessa autocoscienza.
Viene da pensare che in un certo senso il problema non sia il Club. O, se vogliamo metterla giù più dura, che il Club in sé non rappresenti più neppure un problema; ma sia al massimo una realtà che ne esprime molti di suoi, di problemi, in gran parte però interni ed ego-riferiti; e nessuno dei quali incardinato al cuore o almeno a una frangia delle questioni di fondo che stanno trasformando la cosa più eccitante che si potesse fare senza togliersi i vestiti di dosso in una cosaccia turpe, umiliante e forse anche infamante cui non ci si potrà fra poco sottoporre senza essersi prima calati le mutande.
Ieri ho sentito con le mie orecchie un top manager di una grande azienda pronunciare queste parole (giuro che la citazione è letterale): “io voglio che il maggior numero possibile di consumatori capiscano che noi abbiamo bisogno di aumentare i volumi”. Una volta rientrato in casa, mi sono chiuso la porta a chiave dietro le spalle e mi sono accasciato sul divano; giusto in tempo per vedere Castelli che brandiva come un’ascia la campagna di Toscani con in primo piano il bel culetto da bunga bunga prescelto dal giornale fondato da Antonio Gramsci per de-arcorizzare le coscienze.
Dopo questo uno-due, non mi è affatto venuta voglia di rientrare nell’ADCI per discutere se premiare un viral per un corso di uncinetto o una campagna stampa periodica per un parrucchiere della periferia di Molfetta; oppure per votare a maggioranza se nelle giurie può essere ammesso oppure no chi ha concesso ai giovanotti dell’esercito del surf quelle stesse vagonate di premi sulla base delle quali ora rivendicano lo stravagante diritto di credersi figli delle stelle anziché di diverse generazioni di padri.
Mi è però venuta voglia di sperare che tutti i candidati alla presidenza e al consiglio dell’ADCI prima di pensare a rinnovare l’abbonamento ad Archive pensino a procurarsi i numeri di telefono di tutte le associazioni, gli enti, le istituzioni e gli organi di informazione a cui lanciare un potente S.O.S. contro la forma degenerativa di afasia comunicativa in cui tutto il paese sta scivolando, e di cui la pubblicità – se non può essere considerata la cura – può essere certamente considerata una delle spie più visibili e preoccupanti.
Da parte mia mi auguro davvero di assistere a un radicale reset di orientamenti, priorità, responsabilità e obiettivi: e la sola sensazione che qualcuno stia provando a fermare le danze e a richiamare l’attenzione sull’iceberg potrebbe, in un colpo solo, annullare lo sconfortante ricordo delle ultime imbarazzanti votazioni a cui ho partecipato e riattizzare in me quel senso di appartenenza e di comunanza nei confronti della genìa dei pianisti di bordello senza la quale le reiscrizione al Club non avrebbe alcun senso.
Perciò in bocca al lupo, Mr. President. Chiunque tu sia.


Marco Carnevale

2 commenti:

Yogasadhaka ha detto...

Può essere interessante mettere in prospettiva internazionale la storica strategia elitaria dell'ADCI:

L'errore storico dell'ADCI Art Directors Club Italiano... http://bit.ly/ebdszq

Anonimo ha detto...

In effetti è possibile, Gianni, che quel passaggio abbia determinato un mucchio di conseguenze negative, nella loro quasi totalità però non prevedibili al tempo: almeno credo.
Io ricordo molto bene che quando ho cominciato (1985) - e fino almeno a metà degli anni Novanta – era l'intero mondo dell'advertising ad avere un orientamento elitario, timonato in maniera assai volitiva dai creativi più premiati dai rispettivi Club e votato alla famosa Eccellenza Creativa senza alcun timore di prendersi troppo sul serio.
Una volta tanto, insomma, non abbiamo sbagliato (o semplicemene ecceduto) da soli. Ammesso e non concesso che abbiamo sbagliato o ecceduto. Marco Carnevale