giovedì 14 luglio 2011

Due cose sul diritto d'autore.


Alessandro Gaieni interviene a commentare alcune mie battute sul diritto d'autore pubblicate nel post dedicato all'assemblea UPA della scorsa settimana. Altri commenti sono attesi.

Vedrò di spiegare in maniera spero chiara il mio pensiero, definito in altri siti "Antiquariato ideologico". A prescindere dal pregio che l'antiquariato avrà sempre per aggiungere cultura, c'è antiquariato ed antiquariato. La mia idea è: l'attuale sistema di gestione del diritto d'autore può essere assolutamente modificato, ma il principio stesso non deve essere messo in discussione.
Il problema è molto complicato, perchè deve mettere assieme, come spesso accade nei nostri giorni, la tecnologia con la filosofia, il comportamento istintivo umano con le possibilità permesse dall'anonimato dalla Rete.
Partiamo dal principio in sè: quello autoriale è un lavoro ed ogni lavoro deve essere retribuito.
Questo mi pare un dato di fatto. Prescindiamo dagli artisti famosi, per i quali è sufficiente mettere il nome su un'opera per guadagnare in un giorno (nonostante la pirateria) quello che un artista "normale" non guadagna in una carriera.
Storicamente il diritto d'autore è nato per un motivo molto preciso: difendere gli artisti dalla dipendenza imposta da mecenati, impresari e nobili. Prima del diritto d'autore l'artista era, tranne in rarissimi casi, poco più di un giullare, dal punto di vista legale. Quello che produceva era realizzato su finanziamento, nel 90% dei casi, di un committente, che acquisiva ogni diritto sull'opera e se andava bene stipendiava l'artista, altrimenti lo nutriva e basta, legandolo, inoltre, con contratti capestro ed imposizioni di casta. Mozart è l'esempio che mi viene in mente nella musica, ma tantissimi artisti hanno visto la loro arte limitata dal nobile di turno: anche Leonardo e Michelangelo, che solo per caso sono vissuti in un'epoca fortunata per gli artisti, sono stati "schiavizzati" dai loro mecenati. Il loro successo, quindi il loro guadagno, erano definiti dalla soddisfazione o meno del finanziatore, ed assai raramente era un pubblico a definirne la "qualità". Ma in linea di massima, a meno che non finisse alle dipendenze di un mecenate illuminato, all'artista o all'autore arrivavano le briciole.
Ecco, il diritto d'autore nacque proprio per tirare fuori gli artisti da questa dipendenza/schiavitù. La cosa interessante è che tale diritto fu concepito quando l'unica copia gestibile di qualcosa era quella cartacea, comunque di diffusione limitata rispetto ad oggi. Gente come Giuseppe Verdi si vedeva "rubato" lo spartito, e bastava a qualche stampatore l'acquisto di una sola copia e la sua ristampa per ottenere un vantaggio per il quale non eveva investito un soldofede. La tutela del diritto di gestione del risultato del proprio lavoro era diventata comunque qualcosa che serviva come strumento per la stessa "sopravvivenza" degli autori, perchè anche nei teatri e nelle sale da concerto impresari senza scrupoli erano capaci di sfruttare l'eventuale successo di un'opera senza riconoscere nulla del suo valore aggiunto all'autore, mentre la vendita dello spartito era una fonte di guadagno effettiva e diretta, che finalmente metteva nelle mani dell'autore qualcosa da gestire (in un'epoca in cui la musica era qualcosa che la gente suonava concretamente su uno strumento, e non ascoltava passivamente…).

Quindi: essenzialmente il Diritto d'Autore è nato come strumento di difesa di una categoria fino a quel momento in balia di poche persone, a prescindere dall'abilità dell'artista e dalla qualità del lavoro eseguito.

Appurato questo, qual è la differenza tra un brano musicale ed un bullone? Come si fa a quantificare il valore monetario di un'opera d'arte, a prescindere dal tempo impiegato a realizzarla?
Questo è il problema sul quale tutto va ad infrangersi.
Perchè se è vero che il gusto è soggettivo, ci sono componenti immateriali dell'arte che definiscono il suo valore sulla base di una cosa che si chiama "successo". Esiste qualcosa, nell'arte, che attiva una specie di coscienza collettiva e permette di dare un valore al lavoro dell'artista. Il passo successivo è: come si fa a definire il successo?
Condizione essenziale per la definizione del successo è la conoscenza del numero di utenti che fruiscono l'opera.

In realtà qualunque aumento o diminuzione del successo di un prodotto (e qualunque cosa derivi da un lavoro è un prodotto) è definito dalla quantità di venduto. Un produttore di pesche guadagnerà di più se le sue pesche sono dolci e succose. A questa quantificazione si aggiunge anche la capacità di promuovere il prodotto, che è essa stessa una qualità apprezzabile: grandi pubblicitari che vendono di più un prodotto uguale ad altri hanno una qualità "artistica" che è (dovrebbe essere) quantificata dal venduto. Ecco: condizione ESSENZIALE della definizione matematica del successo è il controllo della distribuzione, ergo del venduto.

Ma oggi cosa succede? Parliamoci chiaro: mai come in quest'epoca è valido il detto che l'occasione fa l'uomo ladro. La Rete ha dato all'uomo comune la possibilità di far parte di un "banco di sardine" virtuale, per cui il singolo ha una scarsissima probabilità di vedersi contestato un atto che nel mondo reale e fisico sarebbe un crimine. Non solo: l'uomo comune non concepisce il lavoro immateriale dell'artista, ma lo identifica con il supporto utilizzato per la distribuzione.

Per la massa, sparito il supporto, sparito il valore.

Questa è la prima distorsione attuata dalla massa con la complicità del mezzo. Internet illude che il supporto sia immateriale e senza costo, quindi che il contenuto sia senza valore. Molti di coloro con cui discuto sull'argomento affermano candidamente che essendo la copia esattamente conforme all'originale, allora il valore che prima era mantenuto dalla mancanza di trasparenza nella riproduzione è diventato nullo. In pratica: all'epoca dell'analogico il pubblico acquistava la musica originale perchè ogni copia realizzata in casa degradava la qualità finale dell'ascolto. Oggi che questo limite non esiste più il contenuto perde il valore che era identificato nel supporto, perchè la sua riproducibilità infinita ne riduce il valore secondo una curva tendente a zero. A questo si aggiunge la possibilità che la Rete dà di distribuire in maniera capillare qualcosa, non per l'azione di un singolo, ma per la moltiplicazione esponenziale delle azioni di molti. Il fatto che ogni utente sia contemporaneamente fruitore e distributore annulla completamente il controllo sulla diffusione.

Il paradosso è che spesso, se non sempre, il prodotto finale di un processo creativo è il risultato di mesi di lavoro impegnativo. Qualunque artista potrebbe dimostrare che quello che fa è un lavoro, vero e proprio. Certo, molti lavori sono più duri fisicamente, alcuni sono meno remunerativi a parità di impegno. Ma molta gente non prende in considerazione che chi decide di vivere con la propria arte spessimo fa una scommessa sul proprio futuro, ed è molto difficile vincere tale scommessa. E l'unico metro che concretamente permette all'artista di definire se ha vinto o no la scommessa, e che include anche il premio, sono le vendite.

Mi sono stati proposti nel tempo meccanismi di gestione dei guadagni per l'arte che secondo me non stanno nè in cielo nè in terra.
Musica distribuita gratuitamente, guadagno sui concerti. Mi pare inefficace per vari motivi. Il primo è che ogni lavoratore ha il diritto di guadagnare sulla qualità riconosciuta al proprio lavoro. E guadagnare sui concerti non è altrettanto automatico che farlo sulla musica pubblicata. In quel modo si finirebbe per avvantaggiare esclusivamente chi è più abile nel live o chi ha i soldi per allestire un tour, piuttosto che nella registrazione in studio, sbilanciando artificialmente i parametri di definizione del successo. E comunque ritorneremmo da capo al discorso degli impresari o dei mecenati.
Un'altra proposta è stata quella di un valore dato "a scalare". L'artista decide un guadagno di riferimento, raggiunto il quale l'opera sarebbe gratuita. Immagino non si rifletta abbastanza sul fatto che questo potrebbe funzionare per chi ha già una grande visibilità sul mercato, e non per le nuove leve: chiunque aspetterebbe per arrivare al momento in cui non paga, rallentando di fatto in maniera artificiale la gestione dell'eventuale successo.
E qui parliamo solo di musica. Se pensiamo al cinema il discorso è addirittura più complicato, perchè per la realizzazione di un film qualsiasi ci sono costi vivi che prescindono dalla gestione diretta del lavoro di una maestranza: immaginiamo solo il costo delle tasse per le autorizzazioni a girare in location.

Il discorso molto semplice è quello che da sempre funzionava: la domanda e l'offerta. Io possiedo un bene, il frutto di un lavoro. Tu lo desideri, vuoi proprio quello che ho io. Io stabilisco un prezzo. Sono cavolli miei se è alto o basso: se tu vuoi proprio QUESTO prodotto lo compri, e magari contratti sul prezzo, altrimenti puoi averne un altro: non sei dipendente dal possesso del prodotto. A te non deriva un danno se non lo possiedi. Ma soprattutto: non puoi arrogarti il diritto, se non ti va bene il prezzo, di prenderlo senza il mio permesso. Perchè io non ti ho mai obbligato ad avere proprio il mio prodotto, sei tu a volerlo.

In breve: il concetto della libertà di un artista/organizzazione di stabilire un prezzo per la fruizione di un'opera si sta scontrando non con una supposta etica del guadagno che vorrebbe ridurre gli eccessi, ma con una cosa antica come l'uomo: la Rete rende possibile soddisfare l'istinto del furto presente in chi ha scarso senso etico. Sono a mio parere sciocchezze tutti i discorsi sulle major: queste non sono altro che megaorganizzazioni che investono su artisti e li gestiscono. Si può pensare ad una rimodulazione degli incassi, ma non ad una cancellazione del diritto di un artista a decidere un prezzo per il proprio lavoro. Ed a diventare ricco sfondato se è apprezzato da tanti milioni utenti che godono della sua bravura.
Altrimenti riportiamoli tutti alla strada e risolviamo.


Alessandro Gaieni

9 commenti:

Yogasadhaka ha detto...

Il problema delle tesi di Alessandro Gaieni, che continuo a definire "Antiquariato ideologico" :-) è che si limitano a difendere il bel tempo antico prima della rete, senza proporre soluzioni e senza prendere atto del fatto che la novità digitale comporta tanto problemi quanto opportunità.

Molti artisti hanno bisogno di farsi conoscere prima di monetizzare.

Succedeva in passato, succede anche oggi. La differenza è che la Rete offre PIU' OPPORTUNITA' per farsi conoscere che in passato. E questo è un indubbio lato positivo che AIUTA i giovani artisti (Ieri a Moby Dick, trasmissione di Radio 2, una giovane artista ha detto "il mio discografico mi ha detto: mettiamo un po' di brani su Internet, per vedere le reazioni del pubblico"; cercando Moby Dick, Radio 2 e la data 13 luglio 2011 dovrebbe essere reperibile il podcast).

Come si vede, la copia digitale offre anche delle opportunità di cui persino i discografici si stanno accorgendo, sia pure con 20 anni di ritardo rispetto, ad esempio, alla cantante americana Ani di Franco (se ne parla anche qui: http://www.economist.com/node/174267 ).

Anonimo ha detto...

L'assurdità dell'intervento di Gaieni è di parlare di domanda ed offerta, e poi di prendersela con la pirateria.

In un contesto di libero mercato, l'offerta è plurima: se io compro qualcosa, posso rivenderlo. E se vendi le copie, automaticamente chi le compra è in grado di farne altre, l'offerta diviene infinita, e il prezzo crolla a zero.

Per questo motivo, non è assolutamente possibile vendere i beni digitali, ora che non sono più legati al supporto. Il modello di business basato sul copyright è morto.

E Gaieni dovrebbe essere il primo a saperlo: lui stesso, in altre circostanze, aveva dichiarato che in passato produceva i video per lanciare i brani musicali (quindi, faceva parte del mercato discografico), e che oggi non c'è più nessuno che glielo chiede.

Uno qualsiasi

il Gaieni ha detto...

Nessuno più lo chiede? Mai detto questo. Ho detto che non ci sono più i soldi per farli come una volta usando strutture adeguate. Negli anni '90 facevo videoclip pieni di effetti, per la Turci ne facemmo uno completamente in CG3d. Ora si va su una spiaggia con una minidv. Se pagano il montaggio è tanto, e ssi vede dalla qualità penosa che hanno oggi. Ma non è un cambiamento del tipo di promozione cercato, bensì imposto dalla mancanza di soldi. Il mercato discografico non me li chiede perché non può più permettersi di fare quello che faceva proprio a causa della mancanza di soldi.

il Gaieni ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Appunto. Non ci sono pià soldi. Ma da dove venivano quei soldi? Dagli utenti. E gli utenti non vogliono più spenderli, perchè a loro non interessa affatto la promozione di un brano.

Tu continui a dire che produrre musica è costoso: noi utenti ti diciamo che non ti crediamo, e non ti diamo i soldi. Semplice. Se noi non vediamo la differenza di qualità tra un video fatto da te, e uno girato con una minidv (o magari vediamo la differenza, ma non ci importa, perchè tanto preferiamo vederlo con youtube piuttosto che con lo schermo HD, e su youtube la differenza è minima), il tuo lavoro diventa superfluo. Perciò, il tuo posto viene preso da chi fa un lavoro magari meno accurato, ma con meno spese.

Al mercato discografico mancano i fondi perchè gli utenti non li forniscono più: e gli utenti non forniscono più soldi perchè a loro il mercato discografico non serve e non interessa più.

Uno qualsiasi

(sì, prima che tu me lo chieda, sono lo stesso "uno qualsiasi" di Punto Informatico, dove tu partecipi con il nickname di Liosandro)

il Gaieni ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
il Gaieni ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
il Gaieni ha detto...

Caro uno qualsiasi, in pratica mi hai appena detto: "Siccome io non distinguo cosa è fatto bene da cosa è fatto male, non me ne frega nulla della qualità. Quindi ritengo giusto non solo non pagare chi fa un lavoraccio, ma nemmeno chi fa un buon lavoro." Mi perdonerai se quello che hai appena scritto lo trovo sconfortante in maniera incredibile, vero?

Anonimo ha detto...

Caro Alessandro, mi hai frainteso.

Se fossi solo io a "non distinguere", tu nemmeno te ne accorgeresti. Il punto è che un numero significativo di persone la pensa come me; del resto, di chi è la colpa?

Promuovendo, e pubblicizzando la musica (anche nel caso di brani scadenti), l'hai trasformata in una merce; la gente si interessa a un brano di musica non perchè l'apprezza, ma solo perchè va di moda (ce l'hanno gli altri, devo averlo anche io). E sono stati proprio i musicisti e le majors a fare questo, per avidità. Volevano vendere di più, ed hanno creato la domanda per la loro merce. E se la musica è una merce... io la prendo dove costa meno (e sul web costa zero).

Hai ragione, perciò, a sentirti scoraggiato: offri una merce che si è inflazionata, e nessuno te la paga più.

Perciò, sì: si ritornerà al mecenate, che finanzia l'artista, e la musica pubblicata seguirà i gusti e le preferenze del mecenate. E questo accadrà perchè voi non sapete offrire nulla di meglio.

Forse, se io pagassi per la musica, potrei decidere io cosa voglio che tu componga? Non credo proprio. Perciò, se deve essere qualcun altro a scegliere, cosa mi cambia se è un mecenate a farlo?

Il futuro è quello... anzi, forse in certi casi è già anche il presente. E la cosa non mi dispiace.

Se A TE dispiace, sei tu che devi pagare di tasca tua per impedirlo. Saresti disposto, ad esempio, a offrire di realizzare i videoclip gratis?

Tu parli di libertà dell'artista... ma a me sinceramente importa poco se l'artista è libero o no, perchè produce musica comunque. Se l'artista vuole essere indipendente, è un SUO desiderio, e se lo paga lui.