domenica 23 gennaio 2011

La Sindrome di Dan Peterson ed i Creativi Italiani.




Molti sanno che io seguo, per il Corriere dello Sport, il basket nazionale. Immaginate cosa possa aver significato per me, pubblicitario, ex allenatore, giornalista, la presentazione di Dan Peterson come nuovo allenatore dell’Olimpia Milano. Il coach supervincente, che poi è diventato presentatore televisivo e testimonial pubblicitario, torna a 75 anni a guidare la squadra che l’ha reso famoso in Italia.

La foto in apertura rappresenta l’effetto mediatico del ritorno. Un muro di fotografi che non ricordo neanche per Paris Hilton.
Che c’entra questo, direte voi, con i creativi italiani? Un attimo di calma e ci arriviamo. Lasciatemi celebrare la mitologia petersoniana. Dan ritorna, vince la prima gara dopo un giorno, poi ne vince un’altra e va avanti di questo passo risollevando sorti ed immagine della storica società milanese di proprietà dell’altro grande vecchio Giorgio Armani.

Per farla breve, un vero smacco per tutta una generazione di allenatori italiani tra i 40 ed i 50 anni, che improvvisamente si vedono superati dal rientro di questo maestro. Non solo tecnicamente, ma anche dal punto di vista della popolarità, dell’impatto sui media, del calore e dell’affetto del pubblico. Il 4 gennaio, tutti i quotidiani dedicavano la prima pagina al suo rientro, tutti i tg hanno passato la notiza. Il 5 gennaio, quando Dan è entrato in campo durante il riscaldamento, tutto il pubblico del Forum, quasi 6 mila persone, si è alzato in piedi ad applaudire. Io ero in tribuna stampa a difendere il mio posticino dall’assalto di più di un centinaio di colleghi di altre testate non sportive che celebravano l’evento.

Insomma, una reputazione ed un rispetto che nessun nuovo allenatore giovane è mai riuscito ad accumulare in Italia negli ultimi anni. Una vera Sindrome di Dan, che attanaglia tutti quei professionisti che hanno provato a lasciare un segno nella comunità del basket nazionale: non sono nenche vagamente riusciti a raggiungere il grande vecchio che si è ritirato 23 anni fa.

Per venire a noi, provate ad immaginare che domattina ritorni Gavino Sanna alla guida che ne so, della McCann, e nel giro di qualche settimana gli vengano affidati i cinque più importanti clienti: Barilla, Eni, Pirelli, Fiat e Tim.

Fate fatica ad immaginarlo, vero? Perché, nonostante si tenti di far passare un’immagine poco positiva, noi creativi italiani non soffriamo della Sindrome di Dan Peterson. Qualche settimana fa Andrea Concato, per esempio, ha dichiarato pubblicamente che lui sente nostalgia dei condottieri creativi del passato. Immagino che tra questi ci fosse Gavino, così come si può intuire che la citazione fosse dedicata ai Pirella, ai Mignani, a quegli uomini che, negli anni della società affluente, e della televisione locomotiva della crescita, riuscivano a catalizzare budget, campagne memorabili, interesse dei giornalisti e del pubblico.

Nonostante la stima per i nomi citati prima, io non ho nostalgia dei condottieri creativi. Anzi penso che non ne abbiamo proprio bisogno. Noi creativi di 40/50 anni siamo riusciti, in un perido di grandi cambiamenti e di crisi economica, a trovare la quadra. Nonostante un decennio in cui nelle agenzie, oltre ai tagli ai reparti, si cercava proprio di annullare l’ “effetto guru” e di azzerare la centralità delle personalità creative, in questo paese ci sono uncora una fila di copywriter e di art director che non possono essere sostituiti dall’eventuale ritorno del divo Gavino. Ed altrettanti se ne sono andati all’estero, a misurarsi con mercati (e CEO) anche più impegnativi dei nostri

Non sono solo le tonnellate di leoni riportati a casa da Cannes quest’anno dalla squadra di Maestri & Co a farmelo dire.
Non sono solo i Clio e gli ori di Cannes vinti da Rodriguez e Dorizza.
Non sono solo le ottime cose messe infila dai vari Gitto, Taddeucci, Albanese, Marini, Natale, Napolitano, Carnevale, Stillaci, Mastromatteo, eccetera, eccetera (non è la lunghezza della lista che conta, ma ce ne sono tanti altri e tutti di valore).

E' la reputazione dei singoli che rende davvero impossibile che nel nostro ambiente succeda quello che è avvenuto nel basket.
Siamo riusciti a lavorare mantenendo ottimi standard di dignità creativa. Nelle multinazionali guidate dai finanziari come nelle strutture indipendenti nazionali.
Anche se l’atmosfera economica non è delle migliori, nessuno può pensare di sostituirci con grandi vecchi di alcun tipo.
Quello che manca non è la credibilità di un individuo, di un condottiero. Quello che ci vuole è il rendere pubblica la forza di tutta la nostra comunità.

A giorni si va ad eleggere il nuovo presidente di ADCI: un personaggio che è il vero snodo della rappresentatività del nostro movimento. Magari qualcuno ci proverà a proporre un presidente ADCI supersenior per cercare di mettere sotto tutela i creativi italiani. Ma vedrete che chi guiderà il club, Massimo Guastini (al momento unico candidato) o un altro creativo, chiunque altro sarà, della sua, della mia generazione, dimostrerà che non abbiamo bisogno di Condottieri Creativi Ultravecchi (e menchemeno Ultragiovani, visti i risultati dell’esperimento Cremona).

Il 2011, e così penso tutto il prossimo decennio, si preannuncia ancora confuso e dumpeggiante. E’ di questi giorni il colpo di teatro di Enfant Terribles che esce da una gara praticamente già vinta, perchè Mizio & Co non si sentivano garantiti dagli standard di rapporto. E’ del finale dell’anno scorso la contestazione di una gara ministeriale perché chi se l'era vista assegnare chi, un consorzio con la Rai in prima fila, non poteva partecipare, figuriamoci vincere. Mi aspetto ancora tanti casi come questi, fino a quando i Ceo delle agenzie e quelli delle aziende non sapranno darsi regole certe ed etica comune.

L’altra cosa che spero avverrà è che anche i clienti, oltre che chi guida le agenzie, comprendano che c’è tanto talento in questo paese. Non c’è bisogno di andare in UK o in Argentina per migliorare la qualità e le performance delle nostre campagne. Basta affidarsi ai tanti direttori creativi che sono riusciti, anche in tempi duri, a svincolarsi dalla memoria dei guru del passato e a portare a casa perfino quei riconoscimenti internazionali che da tempo mancavano.

Andatevi a rileggere i miei post da Cannes (questo oppure questo), andate a rileggervi le considerazioni sul Rinascimento Creativo Italiano che è in corso, e che solo i settantenni che annaspano nei rubygate e nei pantani della politica sono incapaci di vedere.

L’augurio è che questo Rinascimento sia guidato da un forte presidente di ADCI. Ci vorrà poco per sapere chi sarà. La speranza è che nessuna spinta conservatrice né il rimpianto dei bei tempi andati freni questo processo. La certezza è che, qualsasi cosa succeda, noi creativi di questa generazione non soffriremo mai della sindrome di Dan Peterson. E tantomeno di quella di Gavino Sanna.

2 commenti:

renato ha detto...

si può essere d'accordo su tutta la linea? anche perchè la storia insegna che l'esterofilia non è sempre segno di ineccepibile qualità...

o no?

pasquale diaferia ha detto...

sono comunque ben accette anche le critiche. Come l'eterofilia, anche la mia posizione non deve essere accettata a scatola chiusa...